Solidarietà ad Askatasuna. Giù le mani dagli spazi sociali

Ciao a tuttu, siamo la collettività politica Manituana, spazio occupato e collettivo da dieci anni, qui, a Torino.
In città la politica degli sgomberi ha eroso negli ultimi anni il tessuto sociale dei nostri quartieri, privandoci di luoghi e di alternative; dall'Asilo Occupato, ai Magazzini sul Po', dalla Cavallerizza al Prinz, dall'Edera all'Iris-Versari, alla Barca, all' Ex-Lavatoio e adesso Askatasuna. La logica è sempre quella di indebolire i movimenti, portare al limite lu compagnu privandoci delle forze e dei luoghi, finché non ci ritroviamo a ragionare nei termini di "le forze che ci sono" oppure "gli spazi rimasti". Ci rifiutiamo però di annichilirci in questa conta macabra di chi c'è ancora; non siamo quello che è rimasto, siamo il momento contemporaneo e siamo tuttu parte di un unico movimento collettivo che c'era prima, che c'è ora e che ci sarà anche domani.
La stampa continua ad attaccarci sul piano simbolico, i privati e le Istituzioni ci attaccano sul piano politico e materiale, gentrificando i quartieri, lucrando sugli immobili che occupiamo, facendoci pressioni di continuo. La politica istituzionale ci vuole solo come votanti e contribuenti che ricevono passivamente beni e servizi erogati da uno Stato onnipotente, riducendo la politica alla parodia di se stessa e degradando l'individuo nel suo ruolo partecipativo al funzionamento della sua comunità. La politica di Stato ha a che fare solo con l'esercizio del monopolio della violenza, il controllo della società sotto forma di enti legali e ordinativi, la gestione attraverso legislatori professionisti, forze armate e burocrazie. Parliamo di politica su due piani completamente diversi: per noi è un fenomeno organico, la sfera della vita sociale oltre i confini individuali e familiari che conserva l'intimità, il coinvolgimento e il senso di responsabilità della vita privata.
Non esiste politica senza comunità. Togliere questi spazi di confronto significa togliere la possibilità dell'indivudo di plasmare il proprio destino.In questa stagione politica non esistono più gli spazi occupati, ma gli spazi sgomberati e non ancora sgomberati, non ragioneremo allora per compartimenti stagni, confinati in un centro sociale, ma come un insieme, permeabile e poroso, capace di resistere grazie alla forza del gruppo e della collettività, per contagiarci e per cospirare. Non difendiamo luoghi: difendiamo la possibilità di una città viva. Resistere è un atto di cura collettiva e di organizzazione continua, per adattarsi e per trovare insieme strategie che ci permettano di crescere e non di indebolirci, per creare alleanze e pratiche di solidarietà tangibile, che ci faccia andare sempre avanti.
Le nostre idee radicali e le nostre buone pratiche di liberazione non si fermano con le dichiarazioni di inagibilità o coi sigilli comunali. Ci siamo e ci saremo, non finché l'ultima di noi non sarà sgomberata, ma finché l'ultimo di loro non sarà appeso a testa in giù e tutte noi libere.
